Intelligenza e intelligenza artificiale
Intenti Il cappello del signor Veneranda
L’organo del pensiero Le leggi del pensiero
Schede e programmi Il cervello elettronico
I limiti del calcolabile "Intelligenza artificiale"
Deduzione
e
coerenza
Bibliografia
Lo scopo principale del presente intervento è quello di discutere la
possibilità e il senso di una "intelligenza artificiale". Inevitabilmente, si
finirà per riflettere su ciò che si può intendere per "intelligenza" in
generale, a partire da quei processi logico-razionali che anche storicamente
sono stati considerati lo zoccolo duro del ragionamento intelligente. Si è
ipotizzato che i procedimenti razionali potessero essere automatizzati, o che
comunque fossero sottoposti a regole certe; il passo conseguente è tentare di
svolgere ragionamenti "intelligenti" al di fuori del cervello umano: su supporti
meccanici, come cerca di fare Babbage, oppure, a partire dal ventesimo secolo,
mediante componenti elettromeccanici ed elettronici. Da questo punto di vista,
il computer, che nasce appunto col nome di "cervello elettronico", costituisce
il coronamento di questo sogno millenario; nello stesso tempo, è la base per una
evoluzione ancora inimmaginabile, per una simulazione via via più interessante
dei processi intelligenti: una simulazione che potrebbe divenire indistinguibile
dal modello naturale, o che potrebbe più verosimilmente superarlo di varie
lunghezze.
Fornendo alcuni elementi storici e tecnici, si intendono indicare
riferimenti culturali utili ad una più consapevole valutazione della rivoluzione
in atto. Si ritiene inoltre che l’attenzione rivolta ai procedimenti
"intelligenti" comporti l’approfondimento di tecniche e temi didattici
immediatamente spendibili nel quotidiano scolastico, di cui verrà proposta
qualche esemplificazione.
Il sig. Veneranda, di Carlo Manzoni (1909-1975) [da Carlo Manzoni, Il
signor Veneranda, Rizzoli 1984: "Il cappello non c’entra", pag.37; "Vuol
dire forse che piove", pag.115; "Lei è seduto sul mio cappello", pag.171].
Sono esempi di logica dell’assurdo: Veneranda è indubbiamente
"intelligente"; qual è allora il suo difetto? (sempre che il difetto sia il suo,
e non sia invece il mondo ordinario a difettare di coerenza e di razionalità).
Si dice che manca di buon senso (o piuttosto di senso comune). Teniamo da parte
questa considerazione e concentriamoci invece sulla componente logico-razionale.
Immaginiamo una situazione di questo genere:
Il sig. Veneranda, personaggio decisamente meticoloso, tutti i giorni alle 10 attraversa la piazza del paese. A volte porta il cappello, a volte no; ma quando piove, come è naturale, lo porta immancabilmente.
Tutti noi comprendiamo il contenuto dell’episodio; proviamo però ad esprimerlo in modo univoco, evidenziando i rapporti logici tra gli eventi. Per semplificare, focalizziamo l’attenzione su due soli elementi: il signor Veneranda porta / non porta il cappello e piove / non piove. Proviamo a utilizzare il costrutto più noto della deduzione logica, cioè l’implicazione materiale:
Se …. Allora ….
È possibile esprimere interamente il contenuto di verità della relazione con
uno schema di questo tipo?
Per esempio:
Se il signor Veneranda non porta il cappello, allora non piove ~ cappello É ~ piove
È la stessa cosa di..?
il signor Veneranda
non porta il cappello, solo se non piove
oppure di … ?
piove solo se il signor Veneranda porta il cappello piove É cappello
Si provi ora ad esprimere lo stesso "valore di verità" con i connettivi "e" ,
"o"
Per esempio:
il signor Veneranda porta il cappello oppure non piove cappello Ú ~ piove
Ha lo stesso valore di verità della versione precedente?
Non accade mai che piova e il signor Veneranda non porti il cappello ~ (piove Ù ~ cappello)
C’è un metodo sicuro per non confondersi: le tavole di verità. Si tratta di
tecniche molto semplici, che i bambini di solito capiscono ed apprezzano. Il
punto è: dobbiamo espressamente insegnare l’uso della negazione e dei connettivi
logici; l’intelligenza logico-linguistica va allenata e stimolata, con tecniche
e giochi. Per esempio: tradurre un episodio di Veneranda in proposizioni della
logica formale.
Proposta per il prossimo anno: un corso di logica
proposizionale e dimostrazioni tramite tavole di verità.
La mia tesi non è
che abilità logica e intelligenza siano la stessa cosa; se volessi semplificare
in uno slogan, direi che la coerenza logica è condizione necessaria per
l’intelligenza, ma non sufficiente. A proposito, come esprimere una "condizione
necessaria" con la relazione "se… allora…"?
Attenzione: non
Se sono logicamente coerente, allora sono
intelligente (condizione sufficiente!)
bensì
Se sono intelligente, allora sono logicamente coerente
(logica come condizione necessaria)
Questi test di abilità linguistica possono sembrare di marginale interesse;
eppure, per secoli sono stati messi in relazione con le basi stesse del pensiero
razionale. Aristotele, per esempio, dedica la parte
propedeutica a tutto il suo lavoro proprio ad aspetti logici di questo genere. È
noto che non usa il termine "logica", di origine medievale, ma considera tali
aspetti come appartenenti all’organo stesso del pensiero, costitutivi della
capacità di ragionamento e presupposto di ogni altra scienza e conoscenza.
"Organon" è appunto il titolo del libro che dedica all’analisi delle strutture
logiche del discorso; in particolere, Aristotele tratta del sillogismo, che
corrisponde più al calcolo delle classi che al calcolo proposizionale; riguarda
l’uso della negazione e di termini di quantificazione, come "tutti", "alcuni",
"nessuno", oltre che la derivabilità di alcune forme da altre ammesse per
ipotesi. Potremmo proporre esempi, analoghi a quanto abbiamo visto a proposito
del cappello di Veneranda.
Il calcolo proposizionale, che abbiamo
esemplificato, non tiene conto della forma delle frasi atomiche ma solo del
rapporto tra verità delle singole proposizioni e verità di proposizioni composte
tramite connettivi logici. È la scuola stoica, in
particolare il gruppo attivo intorno alla città di Megara (IV-II secolo a.c.), a
focalizzare l’attenzione sul calcolo proposizionale e a individuare le relative
forme di ragionamento deduttivo (modus ponens, modus tollens). Anche per gli
stoici, non si tratta di un calcolo astratto, ma delle basi effettive
dell’intelligenza razionale, per esempio della capacità di dedurre coerentemente
verità importanti, persino difficili e dolorose, da premesse per altre vie
accettate o dimostrate. La coerenza logica è coessenziale alla coerenza morale.
Attraverso tutto il Medioevo e il Rinascimento, l’identificazione di intelligenza e capacità logico-deduttiva non è stata messa in discussione. Parimenti, bisognerebbe riflettere meglio sul fatto che persino Spinoza (1632-1677), certamente più vicino a sensibilità e problematiche politiche, morali e metafisiche piuttosto che matematiche, titola il suo capolavoro "Ethica ordine geometrico demonstrata" (1674), adottando così la forma dimostrativa caratteristica degli Elementi di Euclide; effettivamente, anche le sue proposizioni di etica appaiono strettamente inserite in un impianto logico rigoroso e le considerazioni di supporto terminano preferibilmente con la formula "QED", "quod erat demonstrandum" (in italiano, "CVD", "come volevasi dimostrare"). Arriviamo a Leibniz (1646-1716), un punto di riferimento non solo in filosofia, ma anche per la ricerca matematica (v. il calcolo infinitesimale, in antagonismo a Newton): ebbene, il sogno di Leibniz è quello di tradurre tutte le tesi, e non solo quelle della matematica, in un linguaggio rigorosamente ineccepibile (mathesis universalis), in modo che il ragionamento possa essere in linea di principio automatizzato. Per Leibniz, cioè, tutto il pensiero razionale possiede una struttura logica, e soltanto a causa dei nostri limiti espressivi cadiamo in errori e fraintendimenti. A fronte di due tesi contrapposte, gli studiosi dovrebbero semplicemente esprimerle in modo logicamente rigoroso e poi, con carta e matita, proporsi: "Calculemus!". (De arte combinatoria, 1666) L’aspirazione a definire un linguaggio univoco, una "caratteristica universale" in grado di formulare e confrontare in maniera oggettiva qualsiasi fatto o pensiero, rivela la convinzione che la razionalità consista principalmente in capacità logico-deduttive, di cui il nostro apologo su Veneranda è un piccolo esempio. Tra parentesi: cosa direbbe Leibniz di fronte alla capacità computazionale del moderno elaboratore d’informazione? Non sarebbe oltremodo interessato alla sua natura e alle sue effettive possibilità? Ecco un punto su cui varrebbe la pena riflettere con più pacatezza.
Evidentemente, nella tendenza a classificare la logica come un gioco astratto, lontano da problemi reali e quindi marginale rispetto alla nostra intelligenza naturale, è presente il riflesso della logica moderna, da molti identificata col formalismo assiomatico e convenzionalista. La verifica delle relazioni logiche è diventata effettivamente un calcolo, nel senso che ai valori di verità delle proposizioni elementari, tradotti nei valori numerici 0 e 1, si possono applicare operazioni di matematica binaria associate ai vari connettivi logici. Il primo a proporre questa traduzione matematica delle espressioni logiche è stato Boole (1815-1864); il suo intervento è risultato talmente radicale che da allora in poi la logica classica, del vero e del falso, è chiamata "logica binaria" o "logica booleiana". I contributi tecnici di Boole sono racchiusi nel testo L’analisi matematica della logica (1847), ma sono profondamente relati alle considerazioni svolte nella sua opera fondamentale, Le leggi del pensiero (1854). Curiosamente, proprio nell’investigare i processi reali del pensiero razionale Boole ha avvertito l’esigenza di raffinare alcuni aspetti di matematica binaria e ha aperto il filone "formalista" della logica contemporanea. In Boole la problematizzazione del pensiero naturale è ancora in primo piano. In particolare, compare la questione se si possano ipotizzare "leggi del pensiero", intese non solo come descrittive dei fenomeni, ma prescrittive: che senso ha dire che l’intelligenza consiste nell’azione di regole inesorabili, addirittura irriflesse e inconscie? Come può il meccanismo razionale, che è appunto "meccanico", constituire il fondamento dell’intelligenza? Eppure Boole scrive nel 1854: "Le leggi del ragionamento hanno un’esistenza reale come leggi della mente umana". D’altro canto, se la razionalità ha costituzionalmente qualcosa di "meccanico", significa che può essere almeno in parte automatizzata, può essere riprodotta su un supporto artificiale, su una macchina abbastanza ingegnosa e complessa. A quanto pare, proprio le forme della logica che per secoli sono state identificate con l’essenza del pensiero razionale, o per lo meno con un suo prerequisito imprescindibile, costituiscono il ponte tra intelligenza naturale e la sua riproduzione nel regno dell’artificiale.
A questo punto, la riflessione teorica sul pensiero astratto si incontra con
un altro processo che ha a sua volta una lunga storia: la costruzione di automi,
cioè di meccanismi semoventi che riproducono alcune funzioni animali o,
tendenzialmente, umane. È nota l’esplosione della moda degli automi che nel ‘700
invase le corti europee: artigiani abilissimi si studiavano di stupire i nobili
committenti con i loro giocattoli meccanici, costruiti con la tecnologia degli
orologi a molla. A parte qualche tentativo chiaramente fraudolento, tali automi
non avevano però alcuna capacità di riprodurre processi logici o decisionali.
L’avvento dell’era industriale, se da un lato indusse un vasto progresso
tecnologico, chiuse l’esperienza degli "automi", che non trovavano una concreta
applicazione produttiva. La tecnologia meccanica fu invece perfezionata in
particolare nell’industria tessile, con l’introduzione del telaio automatico. Fu
proprio l’esigenza di rendere più flessibile la lavorazione a separare l’aspetto
esecutivo, che sfruttava l’energia del vapore, dal sistema di controllo,
dapprima manuale, poi a sua volta automatizzato. La rivoluzione concettuale
divenne evidente con il telaio Jacquard, in grado di adattarsi a differenti
programmi di lavorazione: il tipo di tessitura era rappresentato su schede
perforate, interpretate dal sistema di controllo. Nel 1830, un geniale tecnico
inglese, Charles Babbage (1792-1871), intuì le
caratteristiche universali del procedimento: costruendo un interprete più
duttile, la macchina avrebbe potuto eseguire qualsiasi compito, a seconda del
programma perforato nelle schede. La prima versione della sua creatura,
denominata "macchina alle differenze" (l’unica in realtà finanziata dal governo
inglese), era in funzione del calcolo numerico. Ben presto Babbage concepì un
progetto molto più ambizioso: la "Macchina analitica", che per esempio poteva
essere programmata per giocare a filetto, poi a dama, poi a scacchi. La continua
evoluzione delle ambizioni di Babbage, a fronte di problemi meccanici sempre più
ostici, non gli consentì di portare a termine nessuna versione completa del
meccanismo.
La più convinta sostenitrice, nonché finanziatrice, della
macchina analitica fu Ada Byron, figlia del poeta Lord Byron, poi nota come
Lady Lovelace, la quale portò il dibattito sul piano
culturale e teorico; di fronte però agli eccessivi entusiasmi dei profani o ai
timori che la macchina sfuggisse ad ogni controllo, Lady Lovelace amava
ribadire: "La macchina analitica non ha alcuna pretesa di creare alcunché. Può
fare qualsiasi cosa che si sia in grado di ordinarle di eseguire". Questa frase
si presta in realtà a due interpretazioni, una riduttiva (può solo eseguire
degli ordini), una più suggestiva: può eseguire tutto ciò che le si ordina di
fare, tutto ciò che noi siamo in grado di ordinarle. La questione diventa
di natura logico-linguistica: se riusciamo ad esprimere nel linguaggio delle
schede compiti sempre più complessi e difficili, in linea di principio la
macchina li realizzerà. Siamo al paradosso della programmazione, che non è
necessariamente una serie di ordini banali e ripetitivi; se siamo capaci a
definire compiti di alto livello, potremmo "ordinare" alle nostre macchine
qualsiasi cosa, tipo "cura quel paziente", "progetta un’automobile ad emissioni
zero", oppure, chissà: "pensa". Se sapessimo esattamente cos’è il pensiero,
potremmo riprodurre sulla macchina un pensiero artificiale.
Con la morte di Babbage, il suo grandioso progetto si arenò definitivamente;
con la tecnologia dell’epoca non era possibile raggiungere la precisione
necessaria. Oggi è evidente che nessun sistema puramente meccanico, composto
cioè di parti in movimento, di incastri e di ruote dentate, può ragionevolmente
disporre della resistenza all’usura e dei sistemi di distribuzione dell’energia
implicati da strutture così complesse. Con l’avvento dell’elettronica,
l’informazione può essere rappresentata e trattata senza implicare il movimento
di parti di massa rilevante, ma attraverso lo spostamento di elettroni; le
potenzialità diventano indefinitamente più grandi.
Per il nostro discorso,
c’è un anno emblematico: il 1943. Nel 1943 Pitts e
McCulloch pubblicano un articolo sulla struttura dei
neuroni cerebrali. La loro ricerca chiarisce che i neuroni hanno tipicamente due
soli stati, e ogni sinapsi semplicemente trasmette o non trasmette il segnale.
Non vi è alcuna modularità nel singolo segnale nervoso, ma semplicemente
l’impulso o c’è, o non c’è. Pitts e McCulloch suggeriscono di rappresentare
l’elaborazione nervosa mediante un calcolo di tipo logico. La natura binaria dei
segnali nervosi getta una prima luce sul funzionamento del cervello;
inevitabilmente, l’aspetto binario richiama le considerazioni di Boole e la sua
interpretazione delle "leggi del pensiero". Nel 1943, John
von Neumann conclude la sua prima revisione dei sistemi di calcolo
elettronico e, influenzato anche dal lavoro di Pitts, individua i componenti
essenziali dell’elaboratore moderno: l’unità di elaborazione, composto di unità
logiche di "and", "or" e "not", i registri di lavoro, la memoria, i dispositivi
di input e di output. "Abbastanza curiosamente – si scrive sulla relazione
finale – il progetto è in parte basato su ciò che sappiamo sul funzionamento del
sistema nervoso centrale nel corpo umano" . Von Neumann adotta una terminologia
antropomorfa, che Babbage aveva accuratamente evitato: "elaborazione" e non
"calcolo di differenze", "memoria" e non "magazzino", "organi di controllo" e
non "mulino", "funzioni di ingresso e di uscita" e non "schede e visore".
Pur se condizionati dai finanziamenti, essenzialmente militari e
governativi, i pionieri della nuova tecnologia non persero di vista la speranza
di riprodurre in qualche modo capacità logiche e elaborative tipicamente umane.
Ancora nel 1950, Arthur Samuel, progettatore all’IBM,
era principalmente interessato all’analisi dei giochi e ad un progetto per il
gioco della dama. Nella sua analisi, la rappresentazione di una singola mossa
richiedeva almeno 36 bit di informazione (32 per rappresentare la scacchiera,
gli altri 4 per indicare il colore, il turno di gioco e simili); ebbene, l’IBM
701 uscì appunto con registri di 36 bit, e tra parentesi riusciva ad eseguire
ottimamente il programma per la dama. Anzi, poiché era necessario testare le
singole macchine su programmi sufficientemente complessi, prima di essere
consegnate gli IBM 701 giocavano interminabili partite in solitario, in modo da
garantire il perfetto funzionamento di ogni singolo componente. La versione
successiva, il 702, uscito quando Samuel non era più all’IBM, adottò ovviamente
il registro a 32 bit, a indirizzamento più efficiente; poiché però non
esistevano programmi altrettanto complessi, fu chiesto a Samuel di fornire una
versione a 32 bit del suo programma per il test delle macchine in uscita dalla
fabbrica.
Perché rifarsi alle origini? Cosa hanno a che vedere i primi costosissimi,
elefantiaci e fragili elaboratori con un odierno PC, che è un milione di volte
più veloce? Ebbene, c’è di mezzo un noto teorema, dimostrato da Alan Turing (1912-1954) nel 1936: un qualsiasi elaboratore
sequenziale, ovvero che esegue le operazioni una dopo l’altra, seguendo un
programma deterministico, è equivalente (purché dotato di una memoria di
appoggio di dimensioni adeguate) a qualsiasi altro elaboratore sequenziale, di
qualsiasi capacità o velocità. Qualunque programma, opportunamente tradotto, può
essere eseguito indifferentemente sull’uno o sull’altro. Perciò Turing potè
definire un elaboratore sequenziale estremamente semplice, costituito di tre
stati, cinque o sei regole base (istruzioni-macchina) ed una unica sequenza di
zeri e uno (per esempio perforati su una porzione di un nastro di carta di
lunghezza infinita), il quale è equivalente ad ogni altra macchina di von
Neumann. I teoremi di calcolabilità validi per questa "macchina di Turing"
valgono anche per i più moderni computer, e per qualsiasi altro che potrà essere
costruito in futuro.
Questa è la vera ragione per cui la distinzione tra
software ed hardware non è una questione di parole: indipendentemente dai
progressi del supporto fisico, la capacità di rappresentare o realizzare
qualsiasi funzione dipende esclusivamente dal programma, risiede totalmente
nella capacità del programmatore di inventare nuovi mondi, nuovi interpreti,
nuove soluzioni. I nostri fallimenti, diversamente che per Babbage, non possono
trovare scuse nell’errore della macchina.
È quindi comprensibile che i
progetti più complessi e i dubbi più astratti abbiano fin da subito piena
cittadinanza: non parliamo di un futuro imprevedibile, ma di ciò che un genio
sconosciuto potrebbe da un momento all’altro escogitare.
Non stupisce allora
che proprio Alan Turing si sia dedicato ai programmi più avanzati e abbia
discusso, in un famoso articolo del 1950, la possibilità di riprodurre
artificialmente il pensiero umano su un processore di von Neumann. L’articolo
merita una lettura più attenta; lo si può reperire nel testo a cura di Vittorio
Somenzi e Roberto Cordeschi, La filosofia degli automi, Boringhieri 1986.
La natura pragmatica e costruttiva del logico Turing lo porta ad una
impostazione comportamentista: definire un test che consenta di riconoscere
l’eventuale presenza di un "pensiero artificiale". Il metodo è interessante:
Turing propone di indicare a priori le singole prestazioni che ci
convincerebbero di colloquiare con un sistema intelligente (a posteriori, si
potrebbe sempre ribattere che "non è ancora abbastanza"). Il "test di Turing",
anche se non esattamente formalizzato, è diventato una presenza costante nella
eventuale presunzione di intelligenza di un programma di computer. Turing butta
là un previsione: 60 esperti (come Turing?) che lavorassero per 50 anni
porterebbero a termine un programma in grado di superare il suo test. Nel 2000
il termine è dunque scaduto: anche se nessun gruppo organizzato ha lavorato su
questo obiettivo, oggi è senz’altro possibile che un programma superi la forma
ingenua del test di Turing ("una persona di media cultura viene ingannata al 70%
dopo 5 minuti di conversazione"). Più difficile forse è ingannare un esperto,
magari per un tempo indefinito.
Il termine è proposto nel 1956, nel corso del congresso di Dartmouth; da
allora si discute se l’accostamento sia sensato, provocatorio o paradossale. Il
filone principale di ricerca ha contribuito a definire il cosiddetto "cognitivismo": l’intelligenza tratta con "cognizioni",
elabora idee, intesse relazioni tra concetti. L’ingegnere della conoscenza
favorisce la traduzione del sapere umano in simboli che la macchina è in grado
di interpretare; l’elaboratore manipola i simboli fino a produrre risposte
operative analoghe a quelle che fornirebbe l’esperto umano. Una realizzazione
tipica è appunto il sistema esperto, tanto più efficace quanta più informazione
riesce ad assimilare. L’accento si va spostando dai processi alle loro
condizioni logiche; la programmazione ad oggetti e la programmazione logica si
focalizzano sulla descrizione della realtà e dei vincoli a cui è sottoposta.
Una differente linea di ricerca preferisce uscire dalla logica di von
Neumann: come nel nostro cervello, l’elaborazione è essenzialmente parallela, e
il comportamento del sistema dipende dall’interazione di un grande numero di
processi; la difficoltà principale risiede nel coordinamento dei vari
procedimenti. Si arriva a modificare la struttura del sistema di elaborazione, a
partire dalle stesse componenti fisiche, Nacono le "reti
neurali", o "connessionistiche": anziché i processi di alto livello, si
simulano le componenti elementari del meccanismo cerebrale, ovvero i neuroni e
le loro innumerevoli sinapsi. Mediante un procedimento di apprendimento
retroattivo, che sostanzialmente premia i flussi informativi che hanno successo
e penalizza le conclusioni erronee, progressivamente il sistema connessionistico
assume comportamenti sempre più efficaci.
Le due prospettive, quella
cognitivista e quella connessionista, possono essere visualizzate come percorsi
orientati in direzioni opposte. Il cognitivismo parte dalla teorizzazione, da
concetti e modelli di alto livello, e via via li articola e li disseziona verso
il basso, in direzione delle funzioni più elementari; può quindi essere
schematizzato come percorso top-down, "dall’alto
verso il basso". Viceversa, il connessionismo parte dalla simulazione delle
sinapsi e dei neuroni, organizzandoli poi in sottosistemi e sistemi sempre più
complessi: ovvero bottom-up, dal basso "verso
l’alto". Si può immaginare che le due strategie finiscano per incontrarsi a
mezza via; in effetti già oggi i sistemi più completi trattano mediante sistemi
esperti le strategie decisionali, le finalità di fondo, l’orientamento
teleologico dell’automa, mentre l’analisi dell’input sensoriale, il
riconoscimento vocale o visivo, la simulazione degli stessi processi emozionali
sono demandati a reti neurali specifiche. Non è detto che le due strade siano
destinate all’incontro; possono procedere indipendentemente, incrociandosi e
sovrapponendosi in tutte le aree intermedie. Il sistema connessionistico può
aspirare a completare il tragitto, arrivando alla scelta delle strategie e alla
giustificazione teorica delle scelte compiute; l’automa cognitivista può
procedere nell’applicazione della conoscenza, fino ad interpretare e
schematizzare immagini, frasi, flussi emotivi. Siamo solo ai primi passi di un
processo che supera di gran lunga la nostra stessa immaginazione.
I termini
"top-down" e "bottom-up" derivano dall’informatica applicata: nel costruire una
procedura, si può partire dalla struttura di alto livello, richiamando
macrofunzioni che verranno definite successivamente, oppure si può partire dalle
istruzioni effettivamente disponibili, costruendo con esse funzioni semplici,
con le quali fabbricare poi funzioni di alto livello e ottenere alla fine
l’intera procedura. Come informatico praticante che predilige il metodo
"dall’alto verso il basso", ho adottato spontaneamente l’interpretazione
"top-down" e "bottom-up" in intelligenza artificiale (L.Bazzocchi,
Intelligenza artificiale e sistemi esperti, in "Nuova civiltà delle
macchine", n.3-4 del 1987). Per un riferimento più autorevole, si veda Jerome Bruner in La ricerca del significato (1990,
ed. it. Boringhieri 1992, pag.24), dove in modo analogo connessionismo e
cognitivismo vengono associati rispettivamente al procedere "bottom-up" e
"top-down". Il testo di Bruner è molto indicato per approfondire l’argomento
della presente comunicazione, compresa la discussione sulla plausibilità
dell’intelligenza artificiale. Bruner propone una versione modificata di
cognitivismo, che non si limita alla asetticità di una psicologia "scientifica"
ma intende farsi carico dell’intera semantica della "psicologia popolare" e dei
termini mentalistici in essa inevitabili. Il suo conseguente scetticismo su
certe pretese dell’informatica cognitivista potrebbe però dipendere da una
scarsa frequentazione delle emulazioni più avanzate.
La proposta di Bruner
fa riferimento esplicito alla crescente attenzione per la cosiddetta
"intelligenza emotiva"; se non vi può essere una reale intelligenza dei fenomeni
senza una qualche partecipazione emozionale, un approccio cognitivista classico
sembra destinato a restare ai margini del problema. È il momento però di tirare
fuori la frase di Lady Lovelace: "la macchina può fare qualsiasi cosa che si sia
in grado di ordinarle di eseguire". Nella misura in cui riusciamo a comprendere
il cervello emotivo, possiamo anche emularlo su un sistema artificiale. A questo
proposito, è uscito un articolo interessante di Federico Rampini su "La
Repubblica" dell’ 8 maggio (che può essere recuperato sul sito http://www.larepubblica.it)/,
Il computer che legge l’anima, articolo che illustra le ultime ricerche
di Palo Alto (California). Avendo memorizzato oltre 30.000 visi umani, il
programma di computer è in grado di riconoscere lo stato emotivo di un soggetto
attraverso l’espressione della faccia, su una scala estremamente precisa di
differenti stati d’animo (paura, sorpresa, aggressività, rabbia, depressione,
noia, soddisfazione, trionfo, ecc.); anzi, non essendo "disturbato" dall’empatia
o dall’antipatia come un esaminatore umano, la macchina risulta molto più
penetrante, e difficile da ingannare. Se quindi l’interpretazione di un
messaggio non può prescindere dalle sfumature emotive, ecco ora la possibilità
di una interpretazione automatica estremamente efficace e completa. Non si
tratta evidentemente di una "intelligenza emotiva" nel senso di Goleman (Daniel
Goleman, Intelligenza emotiva, 1994, ed. it. Rizzoli 1994), ma, a quanto
pare, di qualcosa di ancora più efficiente.
Tralasciando per il momento il
percorso connessionistico, se non per avvertire che potrebbe alla fine emulare
in toto il cervello umano, la linea cognitivista si conferma come epigona di
tutta la linea di pensiero occidentale a proposito dell’intelligenza
logico-linguistica. Lo stesso Bruner, pur critico verso la versione ingenua del
cognitivismo, non rinnega affatto la componente logica: la deriva logico-formale
del primo ‘900 è stata un passo obbligato, esaspera fino alle estreme
conseguenze un aspetto che resta costitutivo dell’intelligenza, per quanto non
esaustivo. Siamo quindi autorizzati a lavorare sull’aspetto del ragionamento
deduttivo e della coerenza formale, perché senza di esso il termine
"intelligenza" perde ogni consistenza e non è più distinguibile da altri
concetti, come "autocoscienza", "pensiero astratto", "comprensione" ecc.
Riportiamo dunque l’attenzione su un’accezione più circoscritta del termine
"intelligenza", per la quale un soggetto (pur appartenente all’homo sapiens e
dunque genericamente "intelligente" per definizione) può apparire più o meno
intelligente a seconda della sua capacità di tenere conto di situazioni
complesse, di verificare la loro coerenza, di dedurre conseguenze logiche.
Riprendiamo l’amico Veneranda e aggiungiamo un terzo elemento, oltre il
cappello e la pioggia: a volte tira vento. Supponiamo allora che l’implacabile
Veneranda non metta mai il cappello quando c’è vento. Come abbiamo imparato,
questa ulteriore relazione si riassume, per esempio, con l’espressione
Il signor Veneranda porta il cappello solo se non tira vento
Si rammenti che, dato il carattere puntiglioso di Veneranda, le nostre due premesse
"Il signor Veneranda non porta il cappello solo se non piove"
sono assolutamente affidabili e vere. Su tali basi, proponiamo questo quesito: oggi giovedì 23 maggio al paese di Veneranda piove a dirotto; possiamo dedurre qualcosa sul vento, e precisamente che tira vento, oppure possiamo dedurre che non tira vento, oppure non possiamo dedurre alcunché sul vento? In attesa di risposta, volevo accennare a un recente linguaggio molto utilizzato per realizzare sistemi esperti, il PROLOG (ovvero: PROgrammazione LOGica); l’anagramma non è all’americana perché l’interprete PROLOG è di origine francese (PROgrammation LOGique). Questo interprete è in grado di utilizzare correttamente i connettivi logici ed assegnare valori di verità alle proposizioni semplici; con poca fatica, gli si può insegnare un minimo di sintassi italiana, in modo da trattare le frasi di cui sopra. Ma teniamo pure la versione base di un PROLOG con connettivi italiani e cominciamo a conversare:
< Se non porta_il_cappello allora non piove
< tira_vento
< non tira_vento
< se piove allora non tira_vento
< se tira_vento allora non piove
Luciano Bazzocchi, Intelligenza artificiale
e sistemi esperti, in "Nuova civiltà delle macchine", n.3-4 del
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