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Wittgenstein's Tractatus

Luciano Bazzocchi

L’albero del Tractatus

prefazione di Giovanna Corsi

copertina di Alberto Neri

Mimesis, Milano 2010

recensione di Matteo Sozzi (ReF 2011(1))

recensione di Anna Boncompagni (HumanaMente 2011(2): 221-223)

recensione di Lorenzo Oropallo (Rivista di Filosofia 2011(2))

recensione di Daniele Mezzadri (Rivista di Storia della Filosofia 2011(3): 805-809)

recensione di Matteo Vagelli (Nuncius 2012(1): 220-221)

citazione sul "Geymonat" per i licei (Garzanti)

 

 

 

 

 


È un libro, mi diceva, che si occupa dell’opera-capolavoro di Wittgenstein, l’unica pubblicata in vita. Perché “albero” del Tractatus?

Tutte le proposizioni del Tractatus sono numerate secondo un sistema decimale molto intuitivo, che del resto Wittgenstein spiega in nota: la proposizione, poniamo, 2.1 (“Noi ci facciamo immagini dei fatti”) è delucidata dalle proposizioni 2.11, 2.12, ecc., fino a 2.19; ciascuna di queste, prenda per esempio la 2.15, è commentata dalla proposizione: 2.151; essa, a sua volta…

…è commentata dalle proposizioni 2.1511, 2.1512 ecc.: abbiamo capito. E l’albero?

È semplice: se mettiamo le proposizioni non una dietro l’altra, in fila per decimale crescente (così come sono pubblicate di solito), ma le disponiamo invece su un piano a due dimensioni, secondo i livelli e le relazioni dei rispettivi decimali, otteniamo un “albero” in senso tecnico, tal quale un albero genealogico, o l’albero generativo di una formula logica o di un costrutto grammaticale.

Per questo il suo libro è pieno di figure! E i riquadri di testo appesi ai vari rami, addirittura colorati qua e là, sono le proposizioni di Wittgenstein?

Esattamente: la tesi di fondo è che non occorre faticare tanto con le interpretazioni, ma è sufficiente osservare il testo, nella sua struttura autenticamente gerarchica, per quello che è; tutto il resto vien da sé.

E fa poi tanta differenza?

Perbacco! In questo modo, le proposizioni, per esempio 2.11, 2.12, ecc., vengono lette in un’unica serie, senza avere in mezzo i commenti di ulteriore dettaglio; con un punto di attacco (2.11) e un punto conclusivo (2.19) ben precisi. Si scopre così che ogni pagina logica di questo tipo, che non corrisponde a nessuna pagina fisica del libro tradizionale, ha un senso compiuto e sviluppa esaurientemente l’argomento (condensato nella proposizione di riferimento: in questo caso, la 2.1). Dopo di che, si può tornare al livello superiore, per approfondire un altro argomento, oppure si può decidere di esaminare meglio una proposizione della sequenza, passando ai commenti ad essa dedicati.

Sembra complicato.

Eppure, corrisponde a navigare in un sito web, o esplorare un mondo virtuale. I ragazzi non fanno altro, in Internet, e per loro è ormai il modo più naturale di osservare e conoscere. È infinitamente più semplice, mi creda, che raccapezzarsi nella tradizionale trasposizione lineare dell’albero, quella sì un vero rompicapo: chieda agli studiosi che ci lavorano.

Lei dice, bisognerebbe mettere il libro di Wittgenstein su un supporto elettronico; farne un ipertesto, insomma, con i decimali in funzione di link.

È quello che ho fatto. Sono partito di lì, per mio divertimento; e poi ho fatto un salto sulla sedia. Mi sono accorto che era un “libro” completamente nuovo, più limpido: geniale, in definitiva; e ho cominciato a scoprire alcune di cose.

Per esempio?

La prima metà del mio libretto è dedicato a raccontare le “scoperte” più belline; ma presumo ce ne siano molte altre che non ho visto; non dimentichi che anch’io per anni ho letto il Tractatus alla vecchia maniera.

Scoperte belline, dice?

In un punto (proprio nella serie 2.11-2.19) compare una sciarada che, dopo novant’anni di disamine, non era ancora venuta fuori: e va proprio al cuore della “teoria dell’immagine” di Wittgenstein, così che qualsiasi lettore la comprende subito, e se la ricorda per sempre. Wittgenstein era un genio per i “giochi linguistici”, anche se si è soliti pensare che il suo sia solo un modo di dire.

E ve ne sono altri? Intendo, di giochi linguistici.

Di tutti i generi. La sequenza 4.1-4.5 compone e ricompone in vari modi le stesse due locuzioni verbali (che corrispondono poi a due capisaldi della prospettiva del Tractatus). I commenti alla sequenza 4.461-4.466 disegnano una mappa concettuale che raffigura plasticamente il suo proprio contenuto; le simmetrie orizzontali e le successioni verticali del sottoalbero 6.3 illustrano le aporie del concetto di causalità; l’uso delle parentesi…

Va bene, va bene: leggeremo il libro.

Ma l’aspetto più dirompente, credo, è mettere a nudo i punti in cui il modo sequenziale di leggere ci ha condotto fuori strada. Qui è facile indicare luoghi classici, e anche fare nomi di interpreti illustri.

Ne è proprio sicuro?

Chiunque può giudicare. Si tratta solo di vedere in modo nuovo (grazie alla disposizione ad albero) i passi in questione. È come per quelle figure ambigue, in cui chi si limita a vedere l’anatra e non percepisce il coniglio, ovviamente non riesce a capire dove stiano le orecchie, e continua a ripetere, come un giocattolo rotto, che l’anatra non ha delle lunghe orecchie…

Hmm… Se non sbaglio, l’anatra e il coniglio è il disegno che inaugura il secondo Wittgenstein: le Ricerche Filosofiche trattano parecchio del “vedere come”.

Sì, ma il vedere come è già implicito nel Tractatus. Ed è esplicito nella proposizione 5.5423, sul cubo ambiguo: “perché in effetti noi vediamo appunto due fatti diversi”.

Mi dia un esempio, di questa diversità.

Vi sono casi clamorosi. C’è un’annosa questione che ha coinvolto Stenius, Black e altri wittgensteiniani, e che svanisce in un attimo, senza lasciare traccia. Ma poi, insomma, ci sono i passi in cui Wittgenstein inizia una frase dicendo: “È evidente che”, “Qui si vede che”, “Qui diviene chiaro”, e tutti si affannano a interpretare la proposizione immediatamente precedente nella lettura sequenziale, concludendo che non è affatto chiaro: e stanno guardando alla proposizione sbagliata. Guardano all’ultimo commento di una serie che si riferisce a un diverso argomento, a un livello differente di analisi; se invece ci si riconnette, considerando i decimali che Wittgenstein ha messo lì proprio per questo, alla precedente proposizione che appartiene alla medesima linea logica, il senso è, di solito, molto più comprensibile.

Si è sempre sostenuto che il Tractatus logico-philosophicus è molto difficile. Vuole dire che diventa un testo di facile lettura?

Andiamoci piano: resta una lettura impegnativa e appassionante. Ma non è più una sequenza sincopata e aforistica; e almeno ci si cimenta con problemi ermeneutici autentici, non con quelli che ci siamo creati da noi, e che non dobbiamo stupirci che restino “enigmatici”, o perfino insensati. Prenda, ad esempio, la questione della scala…

Vuol dire, la scala da gettare dopo l’uso? È la metafora più famosa: alla fine, il lettore “deve, per così dire, gettar via la scala dopo che v’è salito”. Cosa c’è che non va?

Non voglio anticipare nulla. Dico solo che bisogna stare attenti a leggere tutto di corsa, e bersi d’un fiato la 6.54 e la 7, come se niente fosse.

Lei continua a citarmi dei numeri, come nella barzelletta dei matti (con rispetto parlando!) che declamano un numero, e poi giù a ridere: perché ormai sanno le barzellette a memoria, sempre le stesse, e le hanno numerate per fare prima… Ma la prego, non si offenda!

Ha ragione, sa, noi specialisti siamo un po’ matti: ogni specialista ha la sua gobba, diceva Nietzsche. Ma ho delle buone ragioni, di fronte alla generale nonchalance per i decimali di Wittgenstein. Osservi bene questi due numeri: 6.54, con la metafora della scala (che conclude: “Egli deve superare queste proposizioni; allora vede rettamente il mondo”), e 7 (“Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere”). Non si distragga: cos’hanno in comune, i numeri 6.54 e 7?

Boh… 6.54 e 7? Apparentemente, proprio nulla.

Appunto, vede? La sette è consecutiva alla sei, il suo contesto è la sequenza principale (mi lasci dire: la home page), dalla 1 alla 7. La 6.54, invece, è il quarto e ultimo commento alla 6.5, che a sua volta è il quinto e conclusivo commento alla 6: è un contesto, e un livello di problemi, tutto diverso. Per cui non siamo autorizzati, dalla struttura costruita accuratamente da Wittgenstein per aiutarci a capire, non siamo autorizzati, ripeto, a leggerle di fila e poi a spremerci per capire cosa voleva dire Wittgenstein.

E allora?

Le pare poco? Praticamente tutti i commentatori le mettono insieme, e cercano di collegare, nei modi più bizzarri, il “vedere rettamente il mondo” della 6.54 col “tacere” della 7. Conant e la Diamond, e con loro tutto il cosiddetto “New Wittgenstein”, sono più di dieci anni che la rigirano in tutte le maniere praticamente solo su queste due proposizioni, sempre in sequenza, e (si legga il saggio della Diamond) senza nemmeno citare i codici rispettivi: quasi che il matto fosse Wittgenstein. Ho parlato con Conant. Bene, non ci crederà, è venuto fuori che non ha mai saputo che nel manoscritto originale del Tractatus, non solo le due proposizioni sono lontanissime l’una dall’altra (la 7 è a pagina 71, la 6.54 viene dopo, a pagina 86), non solo appartengono a due fasi di composizione straordinariamente divergenti; ma, inoltre, il finale della 6.54, in prima stesura, suonava molto diversamente… Ma non le ho ancora parlato della seconda parte del mio libro, dedicata appunto al manoscritto di Wittgenstein …

Ehm… scusi… si è fatto un po’ tardi, pensavo a due domande, per farmi un’idea; ora non…

Mi lasci dire solo questo. Vede, se restassimo alla prima parte, si potrebbe pensare che mi sono inventato una nuova interpretazione: una più, una meno, si vedrà. Pochi conoscono il manoscritto, perché è così complicato e (apparentemente) caotico, che quasi nessuno ci ha capito qualcosa; e chi nel 1971 l’ha (parzialmente) pubblicato, ha pensato bene di ristrutturarlo completamente, e ha insomma mascherato la tecnica di stesura. Se guardiamo invece al quaderno manoscritto, vediamo che la composizione procede veramente ad albero: la prima pagina contiene sei delle sette proposizioni cardinali; seguono poi i commenti ad esse; più avanti, i commenti ai commenti; e così via (il tutto è mescolato, ma i numeri – sempre i numeri! – permettono di capire bene cosa succede). Finché si pensa a un testo sequenziale, la confusione è insormontabile; ma se si proietta la sequenza su una struttura ad albero, improvvisamente tutto diviene chiarissimo…

Va bene, albero, proiezione, chiarissimo. Ora proprio devo andare: sa, i manoscritti, non è il mio forte.…

Però, vede, ciascuna osservazione che riporto nella prima parte, trova nel manoscritto originale una controprova lampante, una esemplificazione che era lì, da sempre, e non siamo mai riusciti a vederla. Wittgenstein non scriveva in modo sequenziale, ma praticava una specie di pensiero parallelo, che ai tempi del Tractatus e della guerra ’14-’18 (Wittgenstein lo ha scritto in trincea), era strutturato per esatte gerarchie. Qualcuno sostiene che fosse affetto da sindrome di Asperger, una forma lieve di autismo con curiose conseguenze relazionali e complesse modalità espressive.

Sindrome di Asperger? Peccato che sono di corsa. Ma lei, per concludere, cosa si aspetta dal suo libro?

Il silenzio. Vuoto pneumatico. Il cattedratico, quando vede oscillare il suo castello di carte, non può far altro che far finta di nulla. Lei ha mai fatto castelli con le carte? Ha mai provato a puntellarli?

Da bambina, sì. Ma venivano giù lo stesso. Ecco, vede, mi sono caduti tutti i fogli, nella fretta!… perché è tardi… ora farò casino [mi perdoni!] con le domande, non le ho numerate…

Per fortuna con gli studenti è diverso, si appassionano, e colgono subito particolari nuovi. Al primo seminario, nel 2005, una ragazzina timida alla fine mi passa un foglietto: a-b, b-c, c-d, d-e, e-f, f-g. Non so neanche il suo nome: ma era la struttura della pagina cardinale, che aveva visto un minuto solo, per la prima volta… E il mio libro inizia appunto dallo stesso schema…

Ecco guardi, ho preso tutto, almeno spero… ora scappo. La ringrazio tanto!

Grazie a lei.

Lei è l’autore?

Dipende: se non le è piaciuto, non se la prenda con me.

No, è solo per un’intervista. Non pagata. A me non la pagano, voglio dire.

Così va il mondo. Ma dica pure.